La perdita di un ospite: come si affronta in RSA
Lo assistevi ogni mattina. Sapevi come preferiva fare colazione, quando aveva voglia di parlare e quando invece era meglio lasciargli un po' di tempo.
Oppure lo conoscevi da pochi mesi, ma per qualche motivo con lui si era creata una sintonia particolare.
Poi, un giorno, quell'ospite non c'è più.
E mentre per la struttura la giornata continua, con altre persone da assistere e altre cose da fare, può capitare di accorgersi della sua assenza proprio nei momenti più semplici: passando davanti alla sua stanza, apparecchiando il tavolo o iniziando un'attività a cui partecipava sempre.
La morte fa parte della realtà di chi lavora con persone anziane e fragili. Questo non significa, però, che con il tempo ci si abitui. Alcune perdite passano più facilmente, altre rimangono con noi più a lungo. Ed è possibile che succeda anche dopo molti anni di lavoro.
Una perdita che è reale anche se non è la tua famiglia
Un ospite non è un familiare. La relazione è diversa e nasce all'interno di un ruolo professionale. Ma questo non la rende necessariamente distante.
Chi lavora in RSA entra nella quotidianità delle persone in momenti molto concreti. Un OSS può aiutare ogni mattina lo stesso ospite ad alzarsi, lavarsi e vestirsi. Un infermiere impara a riconoscere anche piccoli cambiamenti nelle sue condizioni. Un educatore sa quale attività gli interessa e quale invece rifiuterà quasi certamente. Un fisioterapista conosce la fatica fatta per raggiungere un piccolo risultato.
È anche questo che significa che assistere una persona in RSA porta inevitabilmente a conoscerne abitudini, preferenze, difficoltà e modi di comunicare.
Per questo può succedere di affezionarsi. E può succedere di sentire la mancanza di qualcuno quando non c'è più.
Non serve confrontare questo dolore con quello della famiglia. Sono legami diversi. Riconoscere il proprio non toglie nulla a quello dei familiari.
Perché fa male
Non tutte le perdite ci colpiscono allo stesso modo, e non dipende necessariamente da quanto tempo abbiamo assistito una persona.
Può essere l'ospite che conoscevamo da anni, ma anche quello arrivato da poco che ci ricordava qualcuno o con cui si era creato subito un rapporto particolare. Può pesare una morte improvvisa oppure un lungo peggioramento che abbiamo seguito giorno dopo giorno.
A volte è un momento preciso a rimanere impresso: l'ultimo turno insieme, una conversazione, una richiesta, oppure il fatto di essere stati presenti quando le condizioni sono peggiorate.
E poi possono arrivare le domande.
Mi sono accorto di tutto? Avrei potuto fare qualcosa prima? Ho fatto la cosa giusta?
Per chi lavora nella cura sono domande particolarmente difficili, perché riguardano non soltanto la persona che abbiamo perso, ma anche il nostro lavoro.
Non tutte hanno una risposta da trovare da soli. Se rimane un dubbio su ciò che è successo, portarlo all'équipe permette di ricostruire i fatti e capire se c'è realmente qualcosa da approfondire. Continuare a ripercorrere mentalmente la situazione, invece, può portarci ad attribuirci responsabilità che non avevamo.
Il lutto non riconosciuto
Quando muore un ospite, è naturale che l'attenzione sia rivolta soprattutto alla sua famiglia.
L'operatore, nel frattempo, continua a lavorare.
Magari ha appena accompagnato un familiare fuori dalla stanza e pochi minuti dopo un altro ospite lo chiama. C'è una terapia da somministrare, qualcuno che deve essere aiutato ad alzarsi, un pranzo da organizzare. Non sempre c'è il tempo, in quel momento, di capire che effetto ci abbia fatto quello che è appena successo.
E può comparire anche un altro pensiero: fa parte del mio lavoro, dovrei essere abituato.
Si parla di lutto non riconosciuto proprio quando una perdita viene vissuta ma non trova lo stesso spazio o riconoscimento di altri lutti.
Conoscere questa espressione può servire soprattutto a ricordare una cosa: lavorare in RSA significa imparare a stare accanto anche alla fine della vita, ma esperienza e professionalità non ci rendono necessariamente indifferenti.
Le reazioni più comuni e perché sono normali
C'è chi piange e chi non lo fa. Chi nei giorni successivi continua a pensare all'ospite e chi torna rapidamente alla propria quotidianità. Chi prova tristezza e chi soprattutto stanchezza.
A volte può esserci rabbia per come sono andate le cose. Altre volte sollievo, soprattutto quando abbiamo visto una persona affrontare un periodo lungo e difficile.
E qualche volta non proviamo quasi nulla.
Anche questo può mettere in difficoltà: perché questa volta non sto male?
Non dobbiamo misurare il nostro coinvolgimento da quello che succede dopo. Possiamo esserci presi cura con attenzione di una persona e riuscire comunque ad accettarne la morte con serenità. Così come una perdita che ci colpisce profondamente non significa che siamo stati troppo coinvolti o poco professionali.
Quanto soffriamo dopo non misura quanto bene ci siamo presi cura di quella persona prima.
Cosa aiuta a elaborare
Non esiste un modo giusto per affrontare la morte di un ospite e non sempre serve fare qualcosa di particolare.
Può servire, però, non fare finta che non sia successo niente.
Se continuiamo a pensarci, possiamo dirlo a un collega. Se abbiamo un dubbio, possiamo portarlo al responsabile o all'équipe. Se passando davanti a quella stanza sentiamo ancora un piccolo colpo allo stomaco, possiamo concederci di riconoscere che quella persona ci manca.
A volte basta una frase detta durante il turno: “Questa perdita mi è pesata più delle altre”. Chi lavorava con noi probabilmente conosceva quell'ospite e può capire a che cosa ci riferiamo senza bisogno di molte spiegazioni.
Anche ricordare qualcosa di lui può aiutare. Non necessariamente gli ultimi giorni: una battuta, un'abitudine, un episodio successo mesi prima. La relazione con una persona non coincide con il momento in cui è morta.
E se invece non sentiamo il bisogno di parlarne, non dobbiamo farlo per forza. Anche continuare a lavorare e ritrovare gradualmente la propria quotidianità può essere un modo per andare avanti.
Il rapporto con la famiglia dell'ospite: stare accanto ai familiari senza sovrapporsi al loro dolore
Con i familiari può essere ancora più difficile capire che cosa dire.
La tentazione è cercare la frase giusta, ma spesso non esiste. Possiamo esprimere la nostra vicinanza, ascoltare e, se ci sembra appropriato, condividere un ricordo concreto della persona che abbiamo conosciuto.
Per una famiglia può essere importante scoprire che qualcuno ricorda una battuta del proprio papà, sa quanto la mamma aspettasse una determinata attività o conserva un piccolo ricordo della sua quotidianità in struttura.
Può capitare anche di commuoversi. Non c'è necessariamente qualcosa di sbagliato nel farlo.
C'è però un confine importante: in quel momento non dovrebbe essere il familiare a doversi occupare del nostro dolore. Se abbiamo bisogno di parlare di ciò che quella perdita ha significato per noi, possiamo farlo in un altro momento e con le persone che possono sostenerci: i colleghi, il responsabile, l'équipe.
Quando chiedere supporto professionale
Nei primi giorni può capitare di ripensare spesso a quello che è successo o di essere più tristi del solito. Con il tempo, generalmente, questi pensieri diventano meno presenti.
Ma qualche volta una perdita continua a pesare.
Può succedere di dormire male, ripensare continuamente agli ultimi momenti dell'ospite, sentirsi in ansia durante il turno o accorgersi che assistere altre persone nelle fasi più delicate è diventato più difficile.
A volte non è neppure una singola morte. Possono essere più perdite ravvicinate, un periodo particolarmente pesante o una situazione che arriva quando siamo già stanchi per altri motivi.
Non occorre stabilire da soli se quello che proviamo sia “abbastanza grave” da meritare aiuto. Se ci accorgiamo che sta diventando difficile da gestire, possiamo iniziare a parlarne con il nostro responsabile. E se la fatica continua o entra anche nella vita fuori dal lavoro, rivolgersi a un professionista della salute mentale può offrire uno spazio diverso in cui affrontarla.
Come le strutture accompagnano chi resta
Anche la struttura può fare la sua parte. Non servono necessariamente iniziative particolari dopo ogni perdita: a volte ciò che conta è che un operatore sappia di poter dire che qualcosa lo ha messo in difficoltà e trovi qualcuno con cui parlarne.
Il confronto con i colleghi e con i responsabili può essere utile quando rimangono dubbi su ciò che è accaduto, quando una morte è stata particolarmente difficile o quando più perdite si susseguono in poco tempo. In alcuni casi può servire ripercorrere insieme quanto è successo; in altri può bastare avere uno spazio in cui condividere quello che si sta vivendo.
È importante anche prestare attenzione a chi lavora accanto a noi. Un collega che appare più affaticato, che fa più fatica ad affrontare alcune situazioni o che continua a tornare su una determinata perdita potrebbe avere bisogno di un confronto, anche se non è lui a chiederlo per primo.
Questo vale per OSS, infermieri, educatori, fisioterapisti, medici e per tutti i professionisti coinvolti nell'assistenza. Saper affrontare la morte non significa doverlo fare da soli.



